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Un morso per la giustizia
Dal tarantismo ai vampiri, nell’immaginario collettivo mordere è un elemento spesso associato alla morte. Così i segni dei denti possono a volte rivelarsi uno strumento utile per le indagini preliminari
Giulia Soi

Secondo le direttive principali dell’Interpol, l’identificazione di un soggetto a fini giudiziari può avvenire secondo tre differenti modalità: l’analisi del Dna, che è il metodo più affidabile e statisticamente sicuro per individuare l’autore di un reato; l’analisi delle impronte digitali, che è il metodo più certo qualora l’impronta rilevata sia completa; la comparazione dentaria, che è il metodo attualmente con più limiti. Quest’ultima modalità si basa sulla possibilità di identificare un individuo attraverso lo studio della sua dentatura. Si tratta di una specifica comparazione di forme, tecnicamente definita “odontostomatologia forense”, e al pari di altre discipline, come la radiologia o l’antropologia, può essere un valido strumento per coadiuvare le indagini. Nonostante i progressi delle tecnologie utilizzate, però, questa disciplina non può sempre essere d’aiuto, tanto che in Italia – al contrario di altri paesi come la Scandinavia o gli Stati Uniti dov’è più sviluppata – non viene neppure considerata come una scienza a sé.
Secondo l’opinione di Antonio Grande, medico capo della Polizia di Stato specialista in medicina legale e in criminalistica, qualora sulla scena del crimine si rilevino dei bite marks (tracce di denti), il loro studio può portare all’identificazione personale di un sospettato, anche se ci sono molte variabili da prendere in considerazione. Attualmente, infatti, è necessaria un’indagine molto specifica sui morsi rinvenuti (siano essi rilevati su un cadavere identificabile, su un cadavere decomposto o su un essere vivente).
L’analisi odontostomatologica inizia con un rilievo tempestivo sulla scena del crimine, che deve essere autorizzato da un magistrato e condotto con un patologo forense: si...

